Rabi-Ribi Recensione: un gioco a metà tra platform, bullet hell e RPG


Quanti di voi hanno già sentito parlare del team di sviluppo taiwanese che risponde al nome di CreSpirit? Fatta eccezione per i PC Gamer appassionati di metroidvania, probabilmente nessuno. Non per nulla questa giovane ma promettente compagnia ha esordito sul mercato videoludico soltanto lo scorso anno, quando, al pari di un abile prestigiatore, tirò fuori dal proprio cilindro il dilettevole Rabi-Ribi.
Uno strambo titolo dall’aspetto grafico alquanto ingannevole, che all’apparenza potrebbe appunto sembrare un banale reperto archeologico in pixel art (o peggio, l’ennesima giapponesata destinata ad un pubblico fanboy), ma che sotto la superficie nasconde un riuscito cocktail tra platform 2D, bullet hell ed RPG.
Lanciato originariamente su PC, il titolo si appresta a sbarcare anche su PlayStation 4 e PS Vita, ragion per cui ne abbiamo saggiato il porting per l’attuale ammiraglia Sony. Non ci aspettavamo, tuttavia, di trovare in questo Rabi-Ribi, così strampalato e talvolta persino un po’ pruriginoso, un gameplay articolato e sfaccettato.

Apoteosi del nonsense, la curiosa trama di Rabi-Ribi ruota attorno alla piccola Erina, vera e propria coniglietta che ne fasi iniziali del gioco si ritrova inspiegabilmente ad avere una forma umana, seppur conservando le caratteristiche orecchie dell’animaletto. Separata dalla propria padroncina e rinchiusa in una scatola di cartone, nel buio sgabuzzino di un edificio a lei sconosciuto, la ragazza è costretta ad attuare un improbabile piano di fuga per tornare a Rabi Rabi Town e scoprire cosa stia succedendo.
Un’impresa che si rivelerà ben presto tutt’altro che facile, a causa delle orde di fanciulle vestite da conigliette che infestano il mondo di gioco alla ricerca di roditori autentici e che, di conseguenza, la faranno apparire come un nemico agli occhi delle proprie compaesane, ignare della sua recente e immotivata trasformazione, e per di più alquanto inclini al combattimento.
Fortunatamente, in questa lunga e rocambolesca avventura, la giovane leporide potrà contare sull’inestimabile aiuto offertole dalla fatina Ribbon, fifona e spesso convinta di essere sul menù del giorno, ma abile nelle arti magiche, sia d’attacco che di supporto.

Tra prolissi e logorroici dialoghi al limite dell’assurdo e un livello di comicità pari a quello delle più buffe produzioni nipponiche, anche grazie alla presenza di tanti personaggi stravaganti, stereotipati e per giunta tutti rigorosamente di sesso femminile, il canovaccio narrativo di Rabi-Ribi ha un peso assai marginale nell’economia del gioco, risultando grossomodo un banale pretesto atto a giustificare i continui vagabondaggi in lungo e in largo delle due eroine sopramenzionate.
Ma se la trama appare così insignificante e a tratti soporifera, lo stesso non si può dire sul complesso e variegato gameplay, il quale mescola le rodate meccaniche esplorative del platform ai frenetici combattimenti tipici del genere bullet hell.
Durante l’esplorazione dei venti livelli di cui si compone il mondo di Rabi-Ribi, tutti piuttosto vasti e adeguatamente diversificati fra loro, Erina e Ribbon dovranno infatti aprirsi la strada fra i nemici attraverso gli assalti melee della prima o i comodi attacchi a distanza della seconda. Entrambe le fanciulle vantano infatti uno skill tree pantagruelico e paragonabile al classico sviluppo dei personaggi come da tradizione ruolistica; non a caso, tutte le abilità di Erina e Ribbon, incluse quelle “passive”, e persino l’equipaggiamento, risultano sensibilmente migliorabili non solo mediante l’utilizzo in battaglia, ma anche attraverso il dispendio di punti esperienza, ottenibili sconfiggendo i nemici o comunque reperibili sotto forma di uova (abilmente nascoste) nei vari livelli.
Se, per esempio, all’inizio Erina potrà solo colpire i nemici con una limitata serie di combo concatenabili attraverso il suo micidiale martello giocattolo dai mille usi (alcuni assai improbabili) o ricorrere a portentose carote esplosive, proseguendo con l’avventura avrà gradualmente accesso a tutta una serie di scatti, attacchi aerei, ed abilità passive -come il doppio salto- che le permetteranno di accedere ad ampie zone prima inesplorabili, in pieno stile metroidvania.
Così come la coniglietta ha un ruolo chiave nell’ambito esplorativo, è la fatina Ribbon la forza motrice del combat system: in base alla situazione e allo scettro equipaggiato, la piccola creatura che di solito volteggia attorno alla bella Erina è in grado di sferrare rapidissimi proiettili magici, laser continui, o comunque ricorrere a devastanti abilità speciali che prevedono il caricamento di un’apposita barra.

Come se padroneggiare un moveset così vasto e articolato non fosse già abbastanza complicato, Rabi-Ribi mette a dura prova la tenacia del giocatore con una curva di difficoltà ben al di sopra della media, in grado di spiazzare anche i più esperti fanatici di platform 2D.
Accade soprattutto durante le oltre 40 boss battle, quando lo schermo tende facilmente a riempirsi di proiettili provenienti da tutti i lati, capaci di svuotare la barra degli HP del giocatore alla minima disattenzione.
Punitivo come pochi altri esponenti del medesimo genere ludico, Rabi-Ribi presenta comunque sei diverse opzioni di difficoltà, dimostrandosi all’occorrenza permissivo con i giocatori principianti o persino opprimente con gli hardcore, magari alla ricerca di un elevato livello di sfida. In compenso il titolo non risulta mai frustrante, sia perché la precisione dei comandi è sempre ineccepibile, sia perché il gioco non prevede il game over in caso di caduta da dirupi particolarmente alti.
A tal proposito, ci auguriamo che una doverosa patch rimedi quanto prima a un fastidioso bug in cui siamo incappati durante l’end-game: nel corso della nostra prova su PlayStation 4, ci è capitato ben quattro volte su cinque tentativi (nell’arco di due giorni) che il gioco si chiudesse senza preavviso proprio nel bel mezzo della vivace battaglia finale.

Per quanto riguarda invece il versante grafico, Rabi-Ribi appare estremamente minimalista, con animazioni abbastanza scarne e una pixel art che ci riporta con prepotenza all’era del 16-bit.
Se questo potrebbe già scoraggiare i giocatori più giovani e attenti al comparto grafico, va segnalato che il gioco, durante le fasi di intermezzo, presenta delle splendide artwork caratterizzate però da un design alquanto ammiccante e tendente all’ecchi, per diletto degli estimatori del fanservice.
Nulla da eccepire invece sul comparto sonoro, il quale, nonostante il mancato doppiaggio, ci ha conquistati con una colonna sonora imponente e adrenalinica, che ben accompagna sia le semplici fasi esplorative che le frizzanti boss battle.
Mancano ancora una volta i sottotitoli in italiano, ma in questa occasione non ce la sentiamo proprio di farne una tragedia greca: come già segnalato in precedenza, la storia ha qui una funzione molto secondaria, per non dire opzionale, quindi la mancata localizzazione non dovrebbe rappresentare una limitazione per i non fruitori della lingua inglese.