Chronicle of Innsmouth Recensione


Se metti insieme avventure Lucas e H.P. Lovecraft, stai giocando sporco. Potresti avere in mente un target ben preciso, nel quale rientrano tutti quelli che hanno risposto almeno una volta “fhtagn!” sui social, sotto qualche commento indecifrabile. Attiri quegli ex ragazzini disordinati della generazione X, che avevano disseminato per casa una marea di dischetti, verosimilmente etichettati come “Monkey 1, disco 3” o “Indy 2, disco 1“. E, inevitabilmente, crei un sacco di aspettative.

In Chronicle of Innsmouth (realizzato dal team italiano Psychodev) vestiamo i panni di un giovane biondino che ha appena raggiunto la maggiore età; per festeggiare, seppur senza un quattrino, decide di lanciarsi in un incosciente tour per le città più caratteristiche del New England, quelle che ha solo sentito nominare nei racconti di sua madre. Dopo aver parlato con un paio dei loschi figuri che abitano la stazione ferroviaria, si imbatte inevitabilmente nel mito di Innsmouth, la celebre città portuale partorita dalla geniale mente del celebre scrittore di Providence. È già chiaro dal titolo, dove gli sviluppatori vogliono andare a parare: l’intento è quello di fornire una visione alternativa, a tratti scanzonata, de “La maschera di Innsmouth“. Il mezzo, se così si può definire, è l’avventura grafica vecchio stile, quella coi verbi ben in vista. Sin dal primo sguardo al protagonista, con quel suo modo di fare fra in bilico il tonto e il coscienzioso (che tanto ricorda il caro vecchio Guybrush) è palese quanto il sentiero verso Innsmouth sarà lastricato di citazioni dalle avventure LucasArt e, più in generale, dall’universo delle avventure grafiche. E infatti eccole lì pronte ad aspettarci: dalla pianta Chuck all’inganno della scimmia a tre teste -qui rivisitata per l’occasione-, dai vicoli che ci appaiono sospettosamente familiari, sino all’insegna del bar che addirittura reca il logo di OldGamesItalia. Parte leggero e spensierato, il viaggio verso Innsmouth, ma si fa presto spaventoso e pieno di ombre, una volta superata la prima metà dell’avventura. È un cambiamento repentino -anche se suggerito ed anticipato dai toni decisamente noir di alcuni flashback- che stride con l’ironia à la Monkey Island delle battute iniziali, ma immerge il giocatore in un setting più Lovecraftiano, a favore di una narrazione più seriosa ed altrettanto apprezzabile. Certo, sarebbe stata di sicuro interesse, seppur dai risvolti incerti, una rivisitazione dell’opera di Lovecraft integralmente in chiave ironica, in un’avventura più fedele a se stessa e ai canoni classici da cui attinge a piene mani.
Il tributo, seppur sincero e spassionato, si rivela però un’arma a doppio taglio, perché, nel momento esatto in cui ci si ispira così tanto alle avventure targate LucasArt, si finisce inevitabilmente per entrarci in competizione, in una partita, però, estremamente difficile vincere.

Lo scontro diventa poi impossibile, se lo si affronta con un prodotto che sin da subito mostra un aspetto fin troppo amatoriale, che, per quanto mosso da una passione palpabile e da un impegno innegabile, non riesce ad appagare i palati più esigenti.
Il vero problema di Chronicle of Innsmouth risiede infatti nella realizzazione grafica e nella direzione artistica, che non si sono rivelati in grado di supportare a dovere una trama ben congegnata, costellata di dei enigmi appaganti nella loro semplicità. Parliamo sia di una cura dei fondali parecchio altalenante, che affianca locations suggestive e ben disegnate con anonime stradine dai tratti eccessivamente spigolosi, sia di animazioni tutt’altro che fluide, aggravate da close-up che paiono disegnati con MSPaint. L’appassionato lavoro di Psychodev è reso ancora meno appetibile da una serie di difetti tecnici minori, alcuni da imputare, forse, alla scelta del devkit AGS (Adventure Game Studio), che genera sprites eccessivamente sgranati a risoluzioni più alte di 320×240 e file di salvataggio che diventano inutilizzabili quando si cambiano le impostazioni video. Se a questo si aggiunge una scrittura a tratti incerta, che pare dimenticare l’uso corretto della punteggiatura e si lascia sfuggire qualche uscita infelice sul piano sintattico, ci sono tutte le criticità necessarie a scoraggiare i non affezionati al genere, e persino deludere qualche indefesso appassionato.

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