Blade Runner 2049 Memory Lab Recensione: cacciatori di replicanti in VR


Il 2017 è stato l’anno del ritorno al cinema di Blade Runner e, sebbene la pellicola diretta da Denis Villeneuve non abbia poi riscosso un grandissimo successo sul fronte commerciale, la casa di produzione Alcon Entertainment non ha badato a spese in fase di promozione.
La campagna di marketing del film ha infatti proposto numerosi prodotti collaterali rispetto al sequel del capolavoro di Scott, contando ben tre cortometraggi, uno dei quali d’animazione (diretto da Shinichiro Watanabe, regista di Cowboy Bebop), e persino un’esperienza in Realtà Virtuale: Blade Runner 2049: Memory Lab.

Il tema della memoria è centrale in Blade Runner 2049 ed è alla base anche di Memory Lab. Una volta indossato il visore Rift si verrà catapultati a bordo di una delle auto volanti in dotazione ai cacciatori di replicanti, con i titoli di testa visualizzati al di là del parabrezza che quasi si perderanno nell’ambiente, tra il forte senso di stupore e la pioggia scrosciante dalla resa molto realistica.

Il sistema di comunicazione del mezzo attirerà però la nostra attenzione, attivandosi e mostrandoci una videochiamata, la cui funzione sarà quella di introdurci l’incipit della trama.
Ci rendiamo quindi conto di star impersonando un “blade runner”, senza le fattezze di Ryan Gosling né quelle di Harrison Ford: il nostro ultimo “ritiro” presenta dei risvolti poco chiari, al punto da attivare i sistemi di sicurezza della Wallace Corp.
Dovremo quindi recarci in uno dei laboratori della compagnia, in modo da analizzare i ricordi e verificare quanto accaduto, correggendo eventuali incongruenze.
A differenza di molte altre esperienze in VR legate a pellicole cinematografiche, Memory Lab include un vero e proprio gameplay, anche se la durata si attesta comunque intorno alla mezz’oretta di gioco.

Potremo quindi rivivere gli eventi, esplorando le memorie ed analizzare scena per scena il passato: a tal proposito, il senso di coinvolgimento ed immersività risulta sin da subito molto elevato, grazie soprattutto all’ottima digitalizzazione in 3D degli attori coinvolti. Dai titoli di coda si può notare che le tecnologie impiegate sono tra le più recenti prodotte da Microsoft: l’effetto è eccezionale, e l’impressione è quella di avere davanti agli occhi degli esseri umani in carne ed ossa, con solo qualche difetto in termini di profondità quando sono di profilo, con naso e zigomi leggermente troppo piatti e innaturali.
L’esplorazione dei ricordi coinvolgerà quindi ambienti tridimensionali di ottima qualità, che riprendono il tipico mood dei due film della serie, catapultandoci all’interno di un’atmosfera da noir futuristico, pieno di fumo e luci al neon, con la possibilità di spostarsi tramite l’abituale meccanica dei teleport: una meccanica, in questo caso, addirittura contestualizzata sul piano narrativo, poiché non ci troviamo nella realtà ma in una semplice ricostruzione del passato.
Basterò poco tempo per comprendere come le incongruenze siano effettivamente presenti: potremo pertanto utilizzare uno strumento di scansione al fine di trovare gli elementi fuori posto, che corrispondono a “ricordi innestati”, cercando al contempo di capire perché siamo stati vittima di una manipolazione.
Il ritmo è blando e l’investigazione si svolge secondo i tempi voluti dall’utente, rendendo Memory Lab un’esperienza adatta anche a chi non ha mai provato prima un visore VR, con un rischio di motion sickness praticamente ridotto al minimo.

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