Raiders of the Broken Planet: Recensione del nuovo gioco di MercurySteam


Che la “nuova” frontiera del gaming, quantomeno dal punto di vista di un publisher, sia rappresentata dal comparto multiplayer è sotto gli occhi di tutti: i videogiochi più redditizi, grazie anche a tutta quella pletora di servizi “accessori” che li accompagnano (tra cui le criticatissime microtransazioni), sono proprio quelli che fanno dell’online il loro punto di forza.
Tuttavia, c’è chi, specialmente nel sottobosco indipendente prova a battere delle strade alternative, realizzando titoli che, oltre a presentare alcuni spunti di gameplay davvero interessanti, abbracciano modelli di distribuzione e sistemi di monetizzazione più virtuosi e meno impattanti sul bilanciamento di gioco.
È proprio il caso dei ragazzi spagnoli di MercurySteam, autori, tra le altre cose, della serie Castelvania: Lords of Shadow e di Metroid: Samus Returns, che con il loro Raiders of the Broken Planet stanno tentando di penetrare l’affollatissimo mercato degli shooter multiplayer rimanendo però coerenti con la propria visione creativa e riducendo al minimo i motivi di scontento per l’utenza. Ma di che tipo di gioco stiamo parlando esattamente? Scopriamolo insieme.

Nella costellazione della Lira, a 25 anni luce dalla Terra, esiste un pianeta in grado di secernere una sostanza portentosa: l’Aleph, una risorsa in grado sia di funzionare come preziosissima forte energetica alternativa sia di alimentare i viaggi interstellari fino a distanze inimmaginabili. I suoi primi scopritori, tuttavia, non contenti della semplice estrazione superficiale, molto meno efficiente di quella più pura, decisero di spingersi più in profondità verso il nucleo del pianeta. Proprio quando l’ambiziosa impresa sembrava a un passo dal suo compimento, l’infernale sconquasso scatenato delle macchine estrattive causò un’imprevedibile reazione a catena, immediatamente susseguita da una tremenda esplosione che spazzò via gran parte delle città e finì per frammentare in più parti il corpo celeste. I pochi sopravvissuti al cataclisma, raggruppatasi nel frattempo in piccole colonie sui frammenti ancora abitabili, pentiti per il disastro che avevano causato, decisero di abbandonare qualsivoglia tecnologia alimentata ad Aleph, mentre una piccola parte, non d’accordo con questa repentina retrocessione tecnologica, lasciò il pianeta in cerca di una nuova casa. Alcuni di questi si spinsero addirittura fino al sistema solare, dove diedero vita nientemeno che al nostro caro genere umano. Ed è proprio a questo punto che prendono vita le premesse principali di Raiders of the Broken Planet: i nuovi abitanti della Terra, ancora profondamente risentiti per essere stati costretti a dire addio al loro pianeta natale e alle loro tradizioni, non solo investirono infinite risorse per riuscire a recuperare il gap tecnologico, ma lo fecero con l’unico intento di tornare sul Pianeta Distrutto e riappropriarsi dell’Aleph.
Le vicende introduttive ci catapultano proprio nel bel mezzo di questo conflitto, alla guida dell’unico baluardo difensivo del corpo celeste: i Raider. Questo bizzarro gruppo mercenario, composto da ladri, ex detenuti, esiliati, giustizieri e disertori, ha come unico obiettivo la formazione di un esercito di resistenza sufficientemente forte da scacciare una volta per tutte gli umani.

Obiettivo che va raggiunto passo dopo passo attraverso una lunga serie di missioni cooperative (affrontabili, volendo, anche in solo), ognuna delle quali ci permette di conoscere e arruolare nuovi eroi (e anche diversi antieroi) e di addentrarci sempre più a fondo nelle vicende narrate.
Come accennato in apertura, per il loro titolo i ragazzi di MercurySteam hanno deciso di affidarsi a un modello di distribuzione molto particolare, e anche piuttosto azzardato. Il prologo, composto dalle prime due missioni, viene fornito a tutti in maniera completamente gratuita, mentre il resto del contenuto è suddiviso in 4 campagne singole, vendute a 9,99€ l’una, due delle quali si trovano attualmente in sviluppo. Queste “espansioni”, nonostante cerchino tutte di offrire delle linee narrative uniche e indipendenti, concorrono a dare vita a un vero e proprio quadro consequenziale degli eventi, e comprendono ognuna 4 missioni per un totale di circa 4 orette di gioco aggiuntivo in ogni singolo add-on.
L’azzardo, naturalmente, sta nel fatto che il team ha posto praticamente quasi tutte le sue speranze di successo sulla qualità del prologo, avendo ritenuto evidentemente che questo fosse sufficientemente succulento per invogliare i giocatori ad acquistare le campagne successive.
Ed effettivamente, tenendo bene a mente che stiamo comunque parlando di un titolo squisitamente multiplayer, dobbiamo ammettere che la storyline di Raiders of the Broken Planet si è rivelata interessante e ben diretta, ricca di quell’ironia e cinismo che ci hanno inevitabilmente rimandato a titoli esuberanti come Bordelands e Bulletstorm.
Tutti i nuovi personaggi (compresi quelli non giocanti) che si incontrano tra una missione e l’altra ci sono parsi ben diversificati e caratterizzati, e così anche il filo narrativo principale, il quale, oltre all’ironia, fa leva su una buona commistione di generi e stili a cavallo tra la science fiction, il fantasy più classico e l’action più grezzo, il tutto per imbastire una mitologia del Pianeta Distrutto decisamente interessante e ricca di situazioni nonsense.

Va però detto che, nella necessità – dettata dal genere di riferimento – di ridurre al minimo i tempi morti, la narrazione viene sviscerata quasi solamente attraverso delle brevi ma comunque godibili cutscene, che introducono e concludono ogni missione, mentre il resto del contesto viene costruito tramite delle rapide battute di dialogo scambiate direttamente sul campo di battaglia, e anche grazie alla costruzione scenica delle diverse ambientazioni che fanno da teatro alle missioni, le quali possono peraltro contare su un art design parecchio ispirato.
Per i più curiosi, inoltre, il team di sviluppo ha costruito un vero e proprio “codex” sull’universo di gioco, le cui diverse schede possono essere sbloccate spendendo i crediti ottenuti come ricompensa dal completamento delle missioni.

Venendo al gameplay, Raiders of the Broken Planet non si distanzia poi molto da un classico sparatutto in terza persona cooperativo, introducendo però alcune interessanti variazioni sul tema.
Prima di essere trasportati sul campo di battaglia, i giocatori devono selezionare il proprio personaggio tra quelli che sono riusciti a sbloccare (in totale, per il momento, ce ne sono 10), ognuno dei quali è caratterizzato da un gunplay unico, un’abilità distintiva, e delle statistiche che gli permettono di risultare più efficace a corto o a lungo raggio. Harec, ad esempio, è un cecchino in grado di proiettarsi a distanza su qualsiasi superficie (anche sfruttando gli elementi dello scenari più elevati), e di causare maggior danno a seconda del tempo investito per prendere la mira. Lycus, d’altro canto, preferisce lo scontro ravvicinato, grazie al suo fucile a tripla canna corta e al suo scudo cinetico orientabile, il quale si ricarica correndo. Per ogni personaggio, poi, è possibile cambiare l’arma (dopo aver ottenuto il giusto schema di costruzione), oppure sbloccare – sempre per mezzo dei crediti – alcune carte potenziamento che danno accesso a degli utili bonus passivi al danno o alla difesa. L’ultima opzione di customizzazione, le skin, corrisponde anche alla più tangibile presenza in gioco di microtransazioni, dato che si possono ottenere solamente acquistando dei Mercury Point (con i quali, volendo, è anche possibile reclutare alcuni eroi senza doverli farmare) con soldi reali.
Una volta selezionato il personaggio e il suo equipaggiamento, è finalmente possibile addentrarsi nel cuore di Raiders of the Broken Planet. L’avanzamento di gioco, come accennato, prevede che il giocatore affronti, in solo o in co-op (al fianco di altri 3 giocatori), una serie di missioni PvE, ognuna delle quali lo catapulta in una diversa location del Pianeta Distrutto.
Qui, per farsi largo lungo le diverse aree che costituiscono ogni mappa, è necessario completare in sequenza una serie di obiettivi. Solitamente, si tratta di attivare e difendere dei punti di cattura oppure di resistere ad alcune ondate nemiche, anche se qualche volta bisogna vedersela con dei veri e propri boss.

Benché, almeno concettualmente, gli obiettivi tendano ad assomigliarsi, grazie a un pregevole lavoro sul level design e sulla distribuzione delle zone d’interesse, ogni missione ha sempre un suo carattere distintivo, che peraltro spinge giocoforza l’utente ad adottare un diverso atteggiamento a seconda delle circostanze.
Talvolta, ad esempio, vista la necessità contemporanea di eliminare in fretta dei target e di riposizionarsi per contrastare le ondate nemiche provenienti da diverse direzioni, occorrerà restare sempre in movimento, sfruttando le numerose coperture dinamiche per cercare di non esporre mai il fianco all’IA nemica, che è particolarmente aggressiva e tende sempre ad aggirare il giocatore.
Altre volte, invece, nel tentativo di difendere una posizione verso cui affluiscono tutti i nemici, conviene giocare in maniera più statica, circoscrivendo l’area di movimento tra due o tre coperture ravvicinate. A tal proposito, durante i combattimenti ogni eroe deve tenere sotto controllo suo indicatore di “stress”, poiché questo influisce direttamente sul livello di “minaccia” da lui generato nei confronti di tutti i nemici presenti in zona.
Infatti, tutte le volte che si spara, si corre e, più in generale, non si è in copertura, lo stress si impenna, causando sugli sgherri nemici lo stesso effetto che il miele ha sulle api. Di fatto, si diventa immediatamente i bersagli preferiti dei loro proiettili, i quali, ve lo garantiamo, fanno davvero tanto, tanto male. Ecco dunque che una delle più valide strategie per sopravvivere diventa quella di adottare un approccio tipicamente “mordi e fuggi“, alternando le sparatorie al continuo spostamento tra le diverse coperture.

E se dovessimo esaurire gli HP a nostra disposizione? In quella circostanza, in cambio di una delle 8 vite messe a disposizione della squadra, il giocatore viene riportate in vita. Quando però anche queste si esauriscono, sullo schermo parte immediatamente un countdown, necessario per ricaricare la riserva delle vite, durante il quale ogni morte è permanente. In queste occasioni, per scongiurare il game over l’unica priorità è quella di tenere in vita almeno un giocatore. Naturalmente, più volte si esauriscono le 8 vite nel corso di una stessa missione più il countdown si allunga, rendendo la sopravvivenza un gioco tutt’altro che semplice.
Come se non bastasse, per rendere la situazione ancora più scottante, i MercurySteam hanno inserito la possibilità di partecipare a una qualsiasi missione come “Antagonista“.

Sostanzialmente, si tratta del più classico PvP asimmetrico, in cui, sempre vestendo i panni di uno degli eroi sbloccati, il compito è quello di eliminare più e più volte i raider “buoni” mentre tentano di raggiungere i loro obiettivi di missione, facendo esaurire le 16 vite complessive a loro disposizione, che non sono ovviamente ricaricabili. Per quanto questa modalità risulti davvero interessante, mixando con sufficiente efficacia PvE e PvP, al momento sono presenti degli evidenti problemi di bilanciamento, dato che l’antagonista, oltre a disporre di vite infinite, ha – giustamente – dei bonus molto forti al danno causato, che però allo stato attuale, specialmente se ci si trova a fronteggiare un avversario abile, diventano difficilmente sostenibili. Al termine di una missione, l’antagonista non riceve le classiche ricompense dei Raider, ma alcuni sigilli che gli permettono di aumentare il cosiddetto “livello antagonista“, il quale dona l’opportunità poi di sbloccare armi, potenziamenti e pagine del codex altrimenti inaccessibili.
L’ultimo interessante elemento di gameplay ideato dal team, che contribuisce ad aumentare il grado di atipicità di cui questo shooter di certo non difetta, è rappresentato dal suo particolare sistema di combattimento corpo a corpo. La dinamica, che funziona in un modo del tutto simile al più classico dei “carta-sasso-forbice”, consiste fondamentalmente in un attacco semplice, una schivata e una presa. Quando si affronta un nemico a distanza ravvicinata, dunque, indipendentemente dal fatto che questo sia controllato da una intelligenza umana o artificiale, bisogna cercare di anticipare le sue mosse, facendo affidamento sulla breve animazione che precede ogni singola azione.

Un attacco standard, ad esempio, permette di difendersi da una presa ma è facilmente evitabile con una schivata. Alternando queste mosse è possibile sbarazzarsi in maniera molto rapida dei nemici, cosa che spesso diventa indispensabile. Abbattere i soldati semplici, infatti, è l’unico modo per ottenere delle nuove munizioni, mentre eliminare quelli d’élite permette di ottenere delle preziose cariche di Aleph, necessarie per attivare e completare uno o più dei molteplici obiettivi di missione. C’è da dire però che il sistema presenta diversi difetti, uno su tutti la fluidità non proprio impeccabile delle animazioni, in particolar modo di quella relativa all’esecuzione finale, capace di rende immune il giocatore che la esegue fino al suo completamento.

Previous Blade Runner 2049 Memory Lab Recensione: cacciatori di replicanti in VR
Next La Terra di Mezzo: L'Ombra della Guerra Recensione

No Comment

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *