Rain World Recensione


È una strana creatura videoludica, Rain World. Spuntato tra le pagine di Kickstarter nel 2014, il progetto della coppia di Boston Joar Jakobsson e James Primate – altrimenti nota come Videocult – seppe accaparrarsi una discreta attenzione da parte dei primi utenti curiosi, cresciuti poi fino a raggiungere il valore di circa tremila sostenitori al termine della campagna. Se però siamo qui a parlarvene oggi, nel 2017, è perché in effetti il titolo ha avuto una gestazione successiva lunghissima, tre anni in cui si è mostrato soltanto a sprazzi, per lo più sotto forma di screenshot generici e informazioni piuttosto vaghe. Salvo poi ricomparire sotto l’etichetta del publisher Adult Swim Games qualche mese fa, pronto per approdare definitivamente sugli store di Steam e PlayStation 4. Cosa abbia portato lo sviluppo a trascinarsi così lentamente non è dato saperlo, e non è questo l’unico mistero per cui, verosimilmente, il gioco verrà ricordato dagli appassionati degli indie game più reconditi. Rain World è un titolo che vive dell’assenza di chiarezza fin dalle proprie viscere pixellate, dove aleggia un manto di oscurità che avvolge tutto, dalle immagini che sospingono la narrazione a gran parte delle dinamiche di gioco. Nei prossimi paragrafi cercheremo di addentrarci in questo strano “survival platform” con la consapevolezza di potervene svelare soltanto lo strato più superficiale, pena il danneggiamento di un’esperienza che di farsi scoprire facilmente, appunto, non ne ha la minima intenzione. Provando nel contempo a stabilire se ne possa valere la pena, di scavare un po’ più a fondo in quest’avventura.

Con un’alternanza di disegni dal forte impatto artistico ed emotivo, Rain World introduce subito il giocatore alla vicenda di una cosiddetta gattocertola, bizzarro incrocio – neanche a dirlo – di un gatto e di una lucertola dal pelo candido e gli occhi irradiati di un nero brillante, che, intenta a fuggire con la propria famigliola da un brutto temporale, scivola inavvertitamente nelle profondità dell’ambiente che stava percorrendo. Si risveglia infine sul fondo di un mondo cupo e corrotto, sorta di discarica dove natura e artificio si compenetrano e che, dalle grotte del sottosuolo, si dirama verso l’esterno per mezzo di stanze per lo più connesse da condutture a percorrenza automatica. Obiettivo della gattocertola, e di conseguenza dell’utente che la muove, è ovviamente quello di attraversare questo luogo disagevole e ricongiungersi infine ai propri cari. Facile a dirsi, difficilissimo a farsi. Ma andiamo con ordine. Dapprincipio Rain World fornisce a chi gioca solo alcune indicazioni di base: gli insegna che l’avatar pseudo-invertebrato può saltare, aggrapparsi a bordi e pali nonché accovacciarsi a ridosso delle sporgenze per eseguire un balzo orizzontale più lungo, ma anche raccogliere e poi scagliare piccoli arnesi come spranghe e bulloni, ed eventualmente conservare in bocca un oggetto piccolo per un lasso di tempo indeterminato. Subito dopo si scopre che la gattocertola può mangiare i pipistrelli che talvolta si vedono svolazzare per lo scenario, così come nutrirsi delle prugne blu che in alcune zone spuntano dal terriccio. L’azione non serve a tenerla in vita, ma è fondamentale al fine di riempire a sufficienza una barra di sazietà che si svuota di quattro unità alla volta entrando nelle camere di ibernazione, così chiamate perché servono all’animale per dormire e al giocatore per salvare i progressi fatti fino a quel momento. Ultimo elemento reso esplicito dal software è la mappa del mondo, che si svela gradualmente al raggiungimento dei singoli quadri di gioco ma rimane sempre piuttosto vaga, senza indicatori di obiettivi né checchessia. Tutto chiaro? Bene. Perché da qui in poi, in Rain World, potrete contare solo su voi stessi.

Vi sentirete soli, così come anche irrimediabilmente perduti. Innanzitutto perché, oltre alle meccaniche sopraelencate, l’esperienza si basa su una miriade di altre micro-regole che vengono tenute completamente all’oscuro del giocatore per l’intera durata della progressione. Per esempio, il mondo è disseminato di piccole perle delle quali è vagamente chiara solo l’utilità di base, benché poi se ne trovino di tanti diversi colori, ciascuno latore di un effetto che non viene in alcun modo specificato. Ancora, ci sono piante che reagiscono all’urto delle nostre armi di fortuna, senza che mai emerga nettamente cosa questo comporti. La dinamica più difficilmente decrittabile, comunque, è quella legata al Karma, per cui, andando in letargo nelle suddette camere, la gattocertola guadagna un “punto karma” in una scala crescente di simboli astrusi, talvolta abbinati a descrizioni che con quanto raffigurato non paiono avere alcun nesso.

Se di molti aspetti non è scontato cogliere ogni sfumatura – noi, per dire, abbiamo ancora molti dubbi su certi meccanismi -, la dinamica del Karma, nella sua funzione primaria, deve invece essere obbligatoriamente compresa dall’utente per avanzare. In questa sede dobbiamo tacere, dato che il voler celare questo aspetto è una scelta di game design molto precisa, che non possiamo in alcun modo tradire. Quel che possiamo scrivere è che si tratta soltanto di uno dei tanti elementi che concorrono a rendere la ricetta survival di Rain World una delle sfide più atroci che ci siano mai capitate sottomano nella nostra lunga carriera di videogiocatori. Perché il mondo in cui il piccolo protagonista si deve orientare, oltre ad essere smisurato, è di quelli ostili e cattivi, popolato di predatori affamati che non ci penseranno due volte a fare di noialtri un sol boccone. Rettili scattanti e talvolta mimetizzati con lo sfondo, uccelli gargantueschi, alghe frondose che avviluppano gli animali più piccoli per poi annegarli nell’acqua; se queste – e molte altre – mostruosità si mettono in testa di farvi la pelle, le opzioni praticabili rimangono o la fuga disperata, oppure il tentativo di rallentarle alla bell’e meglio.

Sopravvivere agli attacchi non è mai semplice, specie poiché le bestie, oltre a uccidere al primo colpo andato a segno, si muovono secondo pattern calcolati dal software in maniera procedurale, per cui non è raro vederle incastrarsi nelle tubazioni tra una stanza e l’altra impedendo al Nostro di passare senza ripercussioni. E non è ancora tutto. Questo regno angosciante è difatti assoggettato a una spietata legge ulteriore. Ogni tot, indicativamente una decina di minuti in-game, si scatena una sorta di diluvio universale che non lascia scampo alla gattocertola, a meno che essa non riesca a scovare una delle camere di ibernazione e salvare la partita – a patto, ovviamente, di avere lo stomaco pieno a sufficienza. Piccolo particolare: i check point sono davvero pochi e spesso collocati in un punti molto distanti fra loro, da percorrere sovente alla cieca – ricordiamo che la mappa è poco intelligibile – e facendo fronte a tutti i pericoli naturali di cui sopra. Se a tutto questo si aggiunge un control system tremendo, che ha la sua croce nell’imprecisione dell’input di salto, risulterà chiaro come la prova proposta da Rain World sia non soltanto ai limiti dell’umana tolleranza, ma per certi versi addirittura iniqua. Il rischio è quello di trovarsi ore ed ore a vagare tra i setting senza una meta né uno scopo preciso, cercando in tutti i modi di tenere a bada una quantità eccessiva di variabili a dir poco intransigenti, per poi magari ritrovarsi sbranati dalla belva di turno ed essere costretti a ripartire da chissà quanti quadri precedenti a quello conquistato con fatica, ancora una volta appesi al filo della fatalità. Poiché la fortuna, a conti fatti, sembra qui avere un peso ben maggiore alle abilità e all’apprendimento dell’utente. E questo, a lungo andare, non può far altro che spalancare le porte a un’ondata di frustrazione potenzialmente insostenibile.

Eppure, nonostante un gameplay dai difetti fin troppo percepibili, non riusciamo a toglierci dalla testa quanto Rain World abbia di meraviglioso tra i suoi frame. Il motivo è che l’opera di Videocult gode di una costruzione scenica, narrativa e di un’atmosfera generale quasi senza pari. Di rado abbiamo assistito alla rappresentazione così vibrante di un mondo in pixel art dal medesimo piglio minimalista.

La gattocertola, i suoi nemici, e insomma tutto quel che di flora e fauna si muove tra i resti di questo luogo industriale mistico e decadente vive di animazioni sinuose e perfette, e le interazioni stesse tra questi attori primitivi, che non si fanno problemi ad azzannarsi a vicenda incrociandosi l’un l’altro sul cammino, restituiscono l’idea di un immenso ecosistema dalle dinamiche personali ma al contempo plausibili. Così come a creare il fascino di quest’avventura interviene anche una colonna sonora sublime, selezione di brani simil-chiptune dai suoni ora lievi ed eterei, ora vagamente disturbanti, ora ritmati e dai tratti quasi elettronici, che spesso si fanno completamente da parte per lasciare il giocatore immerso nel silenzio più puro ed inquietante. Per non parlare della narrativa di Rain World, misteriosa e particolare esattamente come il suo prodotto d’appartenenza. Ovviamente più profonda di quanto il suo preambolo lasci ad intendere, la diegesi rinuncia a qualsivoglia dialogo per nutrirsi invece di suggestioni ed immagini, che spaziano dagli indizi ambientali scolpiti nella scenografia alle cut scene oniriche che mostrano le visioni della gattocertola allorché addormentata e al sicuro dalle minacce esterne. Un racconto “lore-centrico” che sembra quasi nato dalla mente di Hidetaka Miyazaki, che lascia parte del suo arcano significato all’interpretazione di chi gioca, ma di cui è certo che i tasselli non siano affatto accostati a casaccio. Malgrado tutto, noi stiamo ancora cercando di metterne assieme i pezzi. E la cosa ci piace un sacco.

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