Bloodstained Curse of the Moon Recensione: un tributo ai primi Castlevania 8-Bit


Fin da quando si è presentato al pubblico grazie ad una fruttuosa campagna Kickstarter, Bloodstained: Ritual of the Night non ha fatto mistero di ispirarsi all’immaginario ed alla struttura ludica dei migliori Castlevania. E senza essere per questo un prodotto “apocrifo”, dato che alla supervisione dello sviluppo c’è Koji Igarashi, una delle figure chiave per la serie che ha seguito le gesta della famiglia Belmont. “Scacciato” da una Konami che aveva smesso di credere nella sua creatura, Higarashi-San ha deciso di fare da sé, dando l’avvio ad una nuova saga ancora una volta traboccante di demoni, azione e labirintici livelli 2D.
Mentre siamo in attesa di una data d’uscita ufficiale per questo promettente titolo (che ha accumulato fondi per cinque milioni e mezzo di dollari), arriva sul mercato Bloodstained: Curse of the Moon, un prequel a 8bit assemblato da Inti Creates, messo in produzione a seguito del raggiungimento di uno degli ultimi stretch goal della raccolta.
Disponibile ad un prezzo davvero irrisorio per tutte le principali piattaforme di gioco, Curse of the Moon è uno dei più accorati ed efficaci tributi ai Castlevania originali. È un titolo che arriva da un tempo dimenticato, un tuffo nella nostalgia delle origini, un action che riesce a dimostrare quanto ancora possa essere efficace una formula vecchia di trent’anni. Grande esempio di “retrogaming contemporaneo“, questa prima apparizione di Bloodstained lancia un messaggio forte a tutti gli “orfani” di Simon, Alucard e Trevor, rassicurandoli una volta per tutte sui valori che hanno ispirato la creazione del nuovo brand.

Bloodstained: Curse of the Moon è in primis un atto d’amore nei confronti dell’estetica e delle sonorità ottobit. Basta uno sguardo alla prima schermata di gioco per trovarsi proiettati ai tempi del NES, avvolti dalla magia dei pixel. Il lavoro di Inti Creates si concretizza in un colpo d’occhio letteralmente magnetico per gli estimatori di quello stile, minimale eppure potentemente espressivo: gli sprite bidimensionali sono carichi di dettagli, ottimamente caratterizzati ed animati alla perfezione.

Che sia un treno sbuffante che passa sullo sfondo, o la mole titanica di un gigantesco colosso meccanico, il team di sviluppo ha assemblato una galleria di quadri e scene memorabili, ovviamente vicino alle suggestioni “spiritistiche“, macabre e vampiresche dei prodotti di riferimento.
La lunga sfilata degli orrori che si palesa di fronte al giocatore accatasta cavalieri-fantasma, teste fluttuanti, statue scheletriche e mastini infernali, in un gorgogliante elenco di mostruosità demoniache. Sono però i boss di fine livello che rappresentano l’apice tecnico e stilistico di Curse of the Moon, un po’ più moderni nel design e realizzati allo stato dell’arte. Impossibile non citare poi la colonna sonora, piccola collezione di brani chiptune intensi e ritmati: come un meraviglioso LP digitale, la soundtrack di questo Bloodstained incalza durante le sequenze d’azione e si lascia riascoltare quando siamo lontani dal pad, dimostrazione lampante di quanto fossero accattivanti i suoi sintetici di quegli hardware immortali.

Anche dal punto di vista ludico Curse of the Moon aderisce completamente alla formula dei classici che l’hanno ispirato. Sembra di trovarsi davvero di fronte ad un nuovo capitolo di Castlevania, mentre il protagonista Zangetsu, abile cacciatore di demoni, muove i primi passi nelle stanze gotiche e fatiscenti, a caccia della perfida creatura che lo ha maledetto. Il sistema di movimento, il salti ingessati, i colpi di spada netti e decisi, ricalcano alla perfezione quelli di Simon Belmont. Le fiaccole fragili che illuminano gli stanzoni possono essere distrutte per raccogliere essenza magica, necessaria poi per sfruttare le varie armi speciali. Questo piccolo prequel di Bloodstained, insomma, è una lettera d’amore a chi non ha mai dimenticato una saga storica, o un invito a riscoprire meccaniche che non stancano mai.

Se i primi nemici e le stanze iniziali rappresentano ben più di una timida strizzatina d’occhio ai nostalgici, piano piano il titolo riesce a rivendicare una propria identità. Lo fa già a partire dalla prima boss fight, dimostrando una grande attenzione nello studio delle routine d’attacco e delle meccaniche dello scontro. Superando la mefistofelica creatura, per altro, liberiamo il primo di tre alleati che potranno unirsi al viaggio di Zangetsu. Una delle caratteristiche di Curse of the Blood è la possibilità di cambiare in qualsiasi momento il personaggio attivo, così che il giocatore possa sfruttare le abilità di ciascuno dei quattro protagonisti. Paradossalmente è Zangetsu il personaggio meno dinamico del quartetto, ma la sua barra della vita è decisamente più estesa rispetto a quella dei compagni. La giovane Miriam, per contro, è agile al punto da spiccare salti molto alti ed eseguire un’elegante scivolata, così da raggiungere aree altrimenti inaccessibili.
Alfred è un vecchio alchimista debole e poco atletico, specializzato nell’uso delle arti arcane. Le sue armi speciali sono magie di evocazione e alterazione, che gli permettono di creare un suo doppio oppure di avvolgersi con un circolo di fuoco, in grado di proteggerlo anche da trappole che risulterebbero letali per i compagni. Gebel, infine, è un vampiro che può trasformarsi in pipistrello, per volare oltre i precipizi e raggiungere gli anfratti più impensabili.

La presenza di quattro personaggi giocabili aumenta in maniera avvertibile non solo la varietà del gameplay, ma anche la rigiocabilità: ogni stage può infatti essere attraversato seguendo strade diverse, a seconda del cacciatore che decidiamo di impersonare. Tornando sui propri passi e scegliendo di ripercorrere per intero uno degli otto livelli che compongono il gioco è quindi possibile vedere nuove stanze, seguire nuovi percorsi e recuperare bonus e power-up nascosti.
Per contro la possibilità di controllare un quartetto di eroi riduce in maniera abbastanza netta la difficoltà, dato che per ogni vita abbiamo di fatto quattro diversi tentativi.
C’è però un’altra eventualità da prendere in considerazione: invece di reclutare i personaggi liberati dalle grinfie dei boss possiamo ucciderli infilando la nostra spada nelle loro carni, assorbendo i loro poteri per sbloccare attacchi aggiuntivi, doppi salti ed uno sprint utile a cavarsi d’impaccio nelle situazioni più delicate. Questa sorta di “scelta morale” muta in maniera considerevole il sapore dell’avventura e la sua complessità, rappresentando una trovata eccezionale per massimizzare il replay value.

Curse of the Moon, in ogni caso, non è certo un titolo difficile come i Castlevania originali: il livelli sono più brevi e meno punitivi, e a parte un’impennata nella parte finale dell’avventura il gioco resta moderatamente accessibile, anche se mai insipido o senza nerbo.
C’è anche una modalità “casual” per chi non vuole sporcarsi le mani, ma fra le vite infinite e l’abbondanza di oggetti curativi si tratta di un’opzione che affossa di molto il divertimento e che sconsigliamo vivamente.
A chi cerca una difficoltà “d’epoca” Curse of the Moon riserva comunque un paio di sorprese dopo i titoli di coda, proponendo modalità alternative, una serie di finali che sbloccano opzioni segrete, ed un paio di varianti della classica Boss Rush. La quantità di cose da fare, insomma, non manca, e non è da escludere che tra le distese glaciali e i turpi mattatoi di Bloodstained possiate passare una soddisfacente decina di ore.

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