The Council Hide and Seek: Recensione del secondo episodio


Con The Mad Ones, primo episodio di The Council, i ragazzi di Big Bad Wolf hanno subito cercato di mettere in chiaro una questione: se si hanno buone idee e talento cristallino, pur non avendo un budget astronomico è possibile confezionare un’opera dal grande potenziale. E in effetti, carico soprattutto della sua sperimentale fusione tra avventura grafica e gioco di ruolo, il primo assaggio di questa serie in cinque atti ha saputo stuzzicare il nostro appetito narrativo, sebbene portasse in dote alcuni difetti sul fronte tecnico e strutturale.
Grazie ad Hide and Seek, la seconda puntata di The Council, però, le già ottime premesse messe in mostra nell’incipit riescono finalmente a esplodere, permettendo alla produzione di fare un enorme balzo qualitativo in avanti e di guadagnarsi di diritto un posto tra i migliori adventure a tinte gialle degli ultimi anni. Curiosi di saperne di più? Seguiteci nella nostra recensione.

Nelle circa quattro ore necessarie a completare The Mad Ones, nei panni del giovane nobile parigino Louis de Richet avevamo avuto appena il tempo di lasciarci introdurre nel contesto ludico/narrativo offerto dal titolo.

Il nostro scopo prevedeva di recarci su uno sperduto isolotto al largo della costa inglese per rintracciare nostra madre, Sarah de Richet, leader della congrega segreta della Golden Society, sparita d’improvviso nei pressi della magione del proprietario dell’isola, il misterioso Lord Mortimer, celebre organizzatore di sfarzose conferenze con invitate alcune delle celebrità politiche più influenti del panorama mondiale. Proprio muovendoci silenziosamente tra i lussuosi corridoi della villa, infatti, abbiamo avuto l’occasione di confrontarci in duelli verbali con personalità del calibro di George Washington e Napoleone Bonaparte, oltre che con altre potenti autorità di estrazione monarchica o religiosa. Un cast di stelle giunte sull’isola unicamente per curare le loro reti diplomatiche e per tirare i fili sottilissimi della stabilità politica e sociale dei rispettivi paesi.
In un’atmosfera così ricca di storicità ed elitarismo, noi, unici invitati privi di qualsivoglia carica temporale o spirituale, abbiamo scoperto che l’obiettivo di Sarah andava ben oltre la sua iniziale missione di indagare sul compratore di un potentissimo artefatto legato all’occulto. Tutto questo potendo fare unicamente affidamento sulle nostre abilità diplomatiche e investigative, come dei novelli Sherlock Holmes armati solo d’intelligenza, perspicacia e parlantina.
La forza di The Council, insomma, consiste nal farci giocare costantemente sul filo sottile tra la finzione e la veridicità storica, tra ciò che si palesa esteriormente e quello che resta invece sommerso nell’interiorità. Ci siamo trovati così a stretto contatto con personaggi ricchi di zone d’ombra, segreti e complessi strati caratteriali, da sbucciare solamente a colpi di linee di dialogo, capaci di scansare le loro immunità psichiche e fare breccia tra le loro convinzioni.

Come accennato nel paragrafo introduttivo, questo secondo episodio riesce in quell’intento che ogni buon sequel dovrebbe sempre perseguire: alzare l’asticella. In circa tre/quattro ore di gioco, Hide and Seek traghetta l’opera in scenari di stampo investigativo molto più complessi, sfaccettati e godibili di quanto lasciato presagire inizialmente.

A seconda delle scelte compiute nel predecessore, le quali vi avranno condotto a due finali differenti, l’inizio della nuova puntata (composta questa volta da tre capitoli) offre al giocatore una diversa prospettiva sugli eventi, ma comunque legata a uno dei luoghi comuni più apprezzati per il genere di riferimento: l’omicidio. Nell’immenso palazzo del Lord, infatti, è appena stato compiuto un brutale assassinio, di cui – sempre in base alle decisioni prese in precedenza – potremo essere considerati i primi sospettati oppure, di contro, essere le persone incaricate di raccogliere le prove necessarie a individuare un colpevole.
Nel primo caso non dovremo fare altro che affrontare un piccolo interrogatorio sotto forma di “confronto” (ovvero quelle battaglie verbali divise in più step, in cui è possibile convincere un interlocutore della nostra buona fede oppure indurlo a rivelarci qualche prezioso indizio), mentre nel secondo ci verrà chiesto di affrontare una digressione investigativa a caccia di indizi nelle stanze di tutti gli ospiti, cosa che ci permette anche di conoscere meglio le loro personalità e alcuni frammenti dei loro segreti (oltre che ovviamente di racimolare oggetti e punti XP).

Indipendentemente dalla risoluzione della questione (che può anche condurci ad un nulla di fatto), comunque, il caso verrà momentaneamente archiviato da Mortimer, la cui priorità è piuttosto quella di rintracciare al più presto nostra madre e capire perché sta cercando di nascondersi, spostandosi costantemente da una parte all’altra dell’isola e lasciando alle sue spalle solamente poche tracce confuse. È da qui che, tra nuove rivelazioni sconcertanti, Hide and Seek abbraccia tutti gli aspetti migliori di un’avventura narrativa di stampo classico, dove l’esplorazione ed i complessi puzzle ambientali rappresentano gli ingredienti principali di una ricetta riuscitissima. Proprio i numerosi e machiavellici enigmi presenti in questa sezione dell’avventura sono i principali responsabili dell’innalzamento del livello qualitativo di tutta l’esperienza, grazie a un level design ben calcolato e a una costante contaminazione di elementi desunti dalla sfera religiosa o dalla storia dell’arte: pane per i denti di tutti quegli appassionati in cerca di un titolo capace persino di offrire interessanti curiosità culturali.

I due mesi trascorsi dal lancio hanno anche permesso al team di sviluppo di migliorare enormemente la messinscena delle diverse aree di gioco, ora caratterizzate da molti più dettagli coerenti con il contesto narrativo e storico. Ad esempio, nelle camere dei vari ospiti sono presenti alcune collezioni di celebri dipinti legate in maniera più o meno evidente alle loro personalità, o comunque capaci di svelarci i particolari “mind game” che Mortimer adotta nei loro confronti: in quella di Jacques Peru, noto per aver compiuto azioni cruente in nome del tribunale rivoluzionario parigino, sono disposti enormi quadri raffiguranti alcuni dei più famosi “massacri degli innocenti”, mentre in quella di Napoleone trovano sede le rappresentazioni di alcune delle imprese militari più sorprendenti compiute dai grandi condottieri del passato.

Dispiace solo constatare che, come già vi avevamo fatto notare nel primo episodio, l’interazione ambientale venga talvolta resa inaccessibile in maniera arbitraria, anche se magari alcuni indizi sembrino gridare con evidenza la loro correlazione con uno sviluppo di trama o con una potenziale informazione rilevante. Certo, solitamente queste asperità – che vanno comunque imputate a un budget evidentemente limitato – non intaccano minimamente la godibilità complessiva dell’esplorazione. Altre volte, però, ci si ritrova a fare i conti con una certa pigrizia di fondo, come per quanto riguarda la collocazione di alcuni oggetti importanti in luoghi illogici e fin troppo in evidenza. Fortunatamente, Hide and Seek ha più di un asso nella manica, potendo contare anche sulle sue peculiarità più ruolistiche, che vengono a galla con prepotenza durante ogni singolo scambio di battute, resi decisamente più credibili in confronto al passato. L’intera avventura di Louis nella roccaforte di Mortimer è un’affascinante partita a scacchi giocata contro degli abili strateghi, che si spalleggiano di continuo e si forniscono alibi, oppure, al contrario, cercano di far cadere i sospetti sui loro nemici, mettendo sul tavolo tutta la loro secolare esperienza nell’arte dell’intrigo e del sotterfugio.
Procedendo nel racconto si scopre di come Big Bad Wolf è riuscita a cesellare con cura l’incontro-scontro tra la fittizia pantomima in atto sull’isola e la realtà storica del mondo, con eventi di assoluto rilievo, come la sopracitata Rivoluzione Francese, che entrano di continuo in rotta di collisione con la nostra storia, dando vita ad affascinanti ripercussioni nel comportamento dei personaggi, nelle loro relazioni e, soprattutto, nelle loro azioni. Lo stesso Lord Mortimer si rivela una figura estremamente intrigante, poliedrica e ancora più temibile di Sarah de Richet, con le mani in pasta un po’ ovunque in tutti e cinque i continenti, nei loro governi e nei loro conflitti.
Siamo partecipi, insomma, di una continua sovrapposizione di strati narrativi: in questa baraonda noi non siamo altro che l’ago della bilancia, forzati ad equilibrare la nostra curiosità con la necessità di scovare indizi utili al ritrovamento di nostra madre, il tutto dovendo anche tenere conto delle nostre simpatie che si vanno via via generando per l’uno o per l’altro personaggio.

Sul versante del gameplay nudo e crudo, questo secondo episodio non introduce particolari novità, lasciando sostanzialmente immutata la struttura legata allo svelamento delle immunità/vulnerabilità degli interlocutori e allo sfruttamento dei punti “effort” per alimentare le nostre abilità e talenti. L’unico dubbio riguarda forse il bilanciamento della difficoltà: a fronte di alcune conversazioni sicuramente più complesse, ci è parso che il nostro Louis sviluppi in maniera forse un po’ troppo repentina le sue statistiche, trovandosi abbastanza presto con un pool di punti effort molto sostanzioso e con numerose skill sbloccate nei tre diversi rami a disposizione (Diplomazia, Occultismo e Detective). Come se non bastasse, se si è abbastanza scrupolosi nell’esplorazione di ogni stanza, è possibile raccogliere un quantitativo assai elevato di oggetti consumabili, in grado di farci recuperare effort (o di azzerarne la spesa). Ci si ritrova perciò con la facoltà di vagliare quasi tutte le opzioni dialogiche di ogni conversazione o interazione, senza dover necessariamente soppesare il rapporto costo/guadagno. Va detto, tuttavia, che la progressione è stata probabilmente pensata in questo modo per consentire ai giocatori di soddisfare appieno la loro sete di sapere. Resta certamente da capire se questo equilibrio si reggerà in piedi anche una volta raggiunti gli ultimi episodi, dove, probabilmente, il protagonista avrà ormai fatto collezione di quasi tutti i talenti. Una soluzione potrebbe essere quella di aumentare progressivamente la spesa di punti necessaria per le azioni speciali, oppure rendere più incisive le penalità subite quando si utilizzano troppi consumabili.
Venendo al comparto tecnico, il team di sviluppo è riuscito a risolvere buona parte di quelle problematiche che purtroppo minava l’esperienza del primo episodio, tra cui un framerate estremamente instabile. Dell’aspetto grafico, invece, vi abbiamo sostanzialmente già parlato in riferimento al miglior allestimento delle varie aree della villa. Forse l’unica pecca va ricercata nella soundtrack, con motivetti sicuramente ben confezionati ma forse un po’ troppo ripetitivi.