Waking the Glares: Capitoli 1 e 2 Recensione


Waking the Glares è l’opera prima di Wisefool Studio, un team siciliano che ha voluto cimentarsi nella creazione di videogiochi sfruttando anche l’avvento di nuove tecnologie come la realtà virtuale. Gli sviluppatori hanno lanciato il progetto su Kickstarter e Steam Greenlight, e sulla seconda piattaforma sono riusciti ad ottenere l’approvazione del pubblico. Così, dallo scorso marzo, Waking the Glares è approdato nel negozio virtuale di Valve: l’avventura si sviluppa attorno alla figura di Dawnfall, un uomo la cui vita è stata sconvolta dalla lettura di un libro, e che ora vaga attraverso dimensioni oniriche ed indecifrabili. Sebbene l’idea possa sulle prime sembrare piuttosto interessante, purtroppo la sua realizzazione lascia spesso a desiderare. Il team ha strutturato infatti un racconto abbastanza inconsistente, impregnato di forti ambizioni narrative ed artistiche, ma rigonfio per lo più di inopportuna supponenza.

Waking the Glares si apre con una tempesta di neve: il nostro protagonista si muove a passi lenti verso l’unica casa illuminata in un buio quartiere, prende la chiave da sotto il tappeto ed entra. Lì ci accoglie il caldo tepore di un caminetto acceso e uno strano albero, che dalla cantina ha squarciato l’intera dimora, insinuandosi con i suoi rami e le sue radici nelle architetture dell’edificio. Una voce inizia a parlarci, ci racconta delle cose apparentemente prive di senso: ricchi di ermetismo, i (pochi) testi del gioco tentano in ogni modo di essere evocativi e ricercano l’afflato poetico, ma si rivelano invece spenti e smorti. Dietro un’incipriatura barocca, insomma, non si nasconde nulla se non una certa vuotezza contenutistica. E il discorso non si limita solo ai frammenti scritti (e recitati) del progetto, ma anche, in generale, al suo gameplay e agli ambienti di gioco. L’esplorazione in prima persona (esperibile anche con un visore VR) è piatta, lenta, fangosa. Gli enigmi, al netto di un paio più avanti nell’avventura, sono stati studiati male, sia per la loro, alle volte sconcertante, semplicità, sia per alcune dinamiche che abbiamo persino faticato a giustificare.
Nel corso dell’avventura, del resto, gli sviluppatori continuano a propinarci ambientazioni vacue: dapprima una cittadina americana sconquassata, in cui isolotti di terra fluttuano nel vuoto; poi in una “romantica” navigata sulla Senna, che, nel tentativo di irretire il giocatore con la bellezza del panorama, sbaglia ancora una volta sia nei tempi sia nei ritmi.

Il protagonista di Waking the Glares, Dawnfall, è alla ricerca della strada di casa, intrappolato in dimensioni oniriche dopo aver letto uno strano libro. Lo “strano libro” in questione esiste – o meglio, esistono solo i primi due capitoli – e può essere scaricato in versione digitale dopo aver installato il gioco su Steam. L’ebook parla di un generico mondo fantasy, triviale e senza ispirazione. Le vicende sono completamente scollegate da quelle del gioco (se non per un paio di dettagli) e mancano quindi approfondimenti di ogni tipo. Dopo aver letto le prime circa quaranta pagine, sforzandoci per non cedere alle lusinghe di Morfeo, ci siamo chiesti: caro Dawnfall, è davvero questo il libro che ha sconvolto la tua vita?

Si arriva infine in una Parigi di fine ‘800, con giornali su cui campeggia il “J’accuse…!” di Zola e dove i nobiluomini sono manichini con monocolo e tuba. Non si intravede, neanche lontano un miglio, nessun tipo d’ispirazione, men che meno una fragranza poetica capace di accompagnare il lento incedere in uno strano universo in cui il buon gusto non sembra essere di casa. E le scene, che ad uno sguardo poco attento potrebbero sembrare delle acute composizioni frutto d’illustri suggestioni, sono semplicemente un ammasso di asset gettati di qua e di là, nel tentativo di creare un immaginario potente ed evocativo.
Il progetto di Wisefool, che alla base poteva avere delle intuizioni quantomeno valide, è nella realtà dei fatti un coacervo di idee sconnesse mischiate a caso. Il viaggio di Dawnfall si dimostra così un inesorabile precipitare all’interno di un vortice di banalità, sostanzialmente privo di guizzi originali e di momenti davvero rimarchevoli, incapace di riuscre a reggere l’enorme peso delle smodate (ed un po’ presuntuose) vette qualitative cui ambisce.