The Fall Part 2 Unbound Recensione: prosegue l’avventura sci-fi di Over The Moon


Ricordiamo il finale del primo capitolo di The Fall come fosse ieri. Fu uno dei cliffhanger più infami che la storia del videoludo ricordi, uno di quelli che lasciano addosso una gran voglia di scoprire quale sia il destino dell’avatar di cui si sono vestiti i panni fino a pochi secondi prima. Ci congedammo da A.R.I.D, l’intelligenza artificiale protagonista della vicenda, nella speranza di poterla ritrovare entro un anno al massimo, forse qualche mese in più. Non è andata così. Per mettere le mani su The Fall Part 2: Unbound ci sono voluti quattro lunghissimi anni, che hanno portato il prosieguo dell’atipico action-adventure fantascientifico a raggiungere gli store digitali di PC e console soltanto pochi giorni fa. Un lasso di tempo importante anche per lo sviluppo di un titolo indie, che porta inevitabilmente a chiedersi se sia valsa la pena attendere così tanto. Scopriamolo insieme.

Dovendo fare i conti con un gap temporale così esteso, Over The Moon Games, lo studio che ha dato vita a The Fall, ha giustamente dato al giocatore l’opportunità di rinfrescarsi la memoria prima di immergersi negli eventi narrati in Unbound. Avviando una nuova partita è difatti possibile usufruire di un riassunto con i punti salienti della prima parte dell’avventura, dalla caduta dell’IA protagonista sul misterioso pianeta alieno allo smantellamento repentino del suo esoscheletro nelle fasi di gioco conclusive.

Part 2 riprende proprio da quel momento, mostrandoci una A.R.I.D. che è ormai pura entità virtuale isolata all’interno del suo casco tecnologico, laddove il suo corpo giace lì affianco senza vita. La protagonista, oramai svincolata dalle leggi che precedentemente la sua natura robotica le imponeva, viene presto assalita da un misterioso Utente umano che vorrebbe metterla definitivamente fuori gioco. Per fortuna riesce a sfuggirgli rifugiandosi tra le maglie della Rete, ma i frequenti attacchi virali del suo ignoto persecutore rendono evidente la necessità di rintracciarlo il più presto possibile al fine di eliminarlo. Per identificare la posizione del suo cacciatore, A.R.I.D. dovrà man mano violare i corpi di tre “ospiti” sintetici: un automa maggiordomo, una macchina da combattimento e un avvenente robot femminile. Il racconto di Unbound procede pressappoco sui medesimi binari del primo The Fall. Prosegue insomma quella che è a tutti gli effetti un’interessante riflessione sul rapporto uomo-macchina che molto attinge dalla letteratura asimoviana; che gioca, cioè, sul perenne contrasto tra le regole a cui l’essere sintetico è assoggettato e l’eventualità di infrangerle, con tutto ciò che ne conseguirebbe. I dialoghi tra personaggi, va detto, sono piuttosto arzigogolati, talvolta perfino criptici, il che spinge la narrazione verso i lidi di una fantascienza di respiro semi-filosofico e dai ritmi compassati, che senz’altro non andrà a genio a tutti. D’altro canto la qualità della sceneggiatura è innegabile, puntellata di piccoli colpi di scena messi al posto giusto e, soprattutto, largamente incentrata sulla caratterizzazione psicologica dei protagonisti, tutti tratteggiati in maniera convincente. Così come a convincere è il lavoro di voice acting in lingua inglese, nel quale ogni doppiatore è stato in grado d’infondere alla rispettiva controparte digitale una personalità pienamente riconoscibile. A margine, il gioco beneficia di una traduzione in italiano di tutti i testi scritti, cosicché chiunque abbia problemi con l’idioma anglosassone possa godersi l’opera in tutta tranquillità.

La cifra narrativa di The Fall non è insomma cambiata e lo stesso si può dire per tutto il resto, a cominciare dalla formula di gioco. Il titolo era e rimane un punta e clicca che si contamina qua e là con l’action game, salvo il fatto che le componenti di esplorazione e puzzle solving prevalgano nettamente sulle meccaniche d’azione.

A.R.I.D. si muove quindi su percorsi bidimensionali e sfrutta la sua torcia per illuminare determinati hot spot segnalati nei pressi di NPC e oggetti di scena. Per avanzare nel gioco è importante capire con quali elementi interagire nel momento di trama che implicitamente lo richiede, così da risolvere l’enigma di turno e passare a quello successivo. Non sempre basta la mera interazione: spesso, anzi, è necessario raccogliere prima delle informazioni o degli indizi prelevati dal setting, così da sfruttarli poi sui rispettivi punti d’interesse. Parliamo insomma di un gameplay sostanzialmente investigativo, che in Part 2, rispetto al primo episodio, spazia di qualche soluzione leggermente più creativa. Impossessandoci del personaggio del maggiordomo, per esempio, dovremo fare i conti con le routine che ne vincolano i comportamenti, il che si traduce, ludicamente, nella necessità di comprendere in che modo modificarne il loop giornaliero per superare certi impedimenti, ovviamente agendo di logica.

L’anima puzzle di The Fall può dirsi di sicuro riuscita, al netto di un backtracking che, specie verso le ultime fasi dell’avventura, diventa preponderante e rischia di appesantire sensibilmente l’esperienza di gioco.
Passando all’azione dura e pura, invece, l’opera Over The Moon dimostra purtroppo la stessa titubanza di quattro anni fa. Rammentiamo che il titolo, da questo punto di vista, ha la sua principale fonte d’ispirazione nei Metroid in due dimensioni, per cui A.R.I.D, allorché nella sua armatura, può saltare tra le piattaforme e sparare con la sua pistola verso i portali da aprire e i -pochi- nemici virulenti posti lungo il cammino. Rispetto al capitolo che l’ha preceduto, Unbound rinuncia a qualsivoglia cover system per dare spazio a uno shooting a muso duro, fatto semplicemente di targeting sull’avversario e counter ridotte all’osso. Altra introduzione riguarda i rari momenti in cui l’avatar, in una delle sue forme, si ferma al centro dello schermo e il giocatore è chiamato a respingere ondate di antagonisti provenienti alternativamente da destra e sinistra a suon di pugni, in quella che è a tutti gli effetti una dinamica da pseudo-rhythm game. Dal lato action, nulla di quel che Part 2 aggiunge alla ricetta d’origine riesce purtroppo a lasciare il segno. Dal platforming agli elementi sparatutto fino ai particolari combattimenti “ritmici” appena citati, si sente sempre la limitatezza di meccaniche incastrate nel gameplay con la forza, oltretutto costrette a un sistema di comandi tutt’altro che impeccabile. Crediamo non sia un caso che gli sviluppatori abbiano previsto un’opzione per giocare riducendo i momenti d’azione al minimo sindacale, quasi si trattasse di un’ammissione della sostanziale futilità -e molestia- di queste fasi.

Detto tutto ciò, The Fall Part 2, come il predecessore, affascina soprattutto in termini di atmosfere. Migliorato quanto basta dal punto di vista grafico, Unbound immerge chi gioca in ambientazioni tetre e opprimenti, dove il buio quasi totale è squarciato per lo più dagli intarsi fosforescenti delle tute bioniche e dei vari strumenti tecnologici. Si è insomma dinanzi a uno sci-fi dal carattere austero, vagamente claustrofobico, in cui un colpo d’occhio poco rassicurante va a braccetto con una colonna sonora che funge da contrappunto alla scena in maniera altrettanto efficace, ora tappeto di note al pianoforte cristalline, ora tripudio di sonorità elettroniche stridenti e decise. Dispiace soltanto che, dal punto di vista tecnico, il titolo presenti più di qualche bug, di cui, a fronte di una gestazione così prolungata, avremmo volentieri fatto a meno.

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